Raccontarsi oggi su Instagram: intervista aTuPerTu con Rita Bellati

In questo periodo sto riflettendo molto sul valore dei contenuti che creiamo online, in particolare su Instagram. Come ho scritto anche qui, raccontarsi online è una responsabilità perché ogni parola che scegliamo è una scintilla e ha un peso.

Siamo tutti sui social per raccontare quello che siamo come persone e come professionisti, ma siamo davvero sicuri di essere così? Oppure ce la stiamo anche un po’ raccontando?

In questa puntata della mia serie di interviste aTuPerTu, ho invitato Rita Bellati, esperta di comunicazione visiva su Instagram e di visual storytelling a rispondere a tre domande per condividere il suo punto di vista.

Oggi su Instagram per promuovere la propria attività, sia nel mondo dell’artigianato che in quello digitale, sto riscontrando una tendenza a postare contenuti già visti e spesso eccessivamente artefatti. Come credi si possa raccontare l’unicità del proprio lavoro in modo autentico e personale?

Credo che la direzione “artefatta” che ha preso Instagram negli ultimi anni sia sintomo di una società profondamente insoddisfatta della sua realtà quotidiana, cosa che da un certo punto di vista è anche piuttosto umana (l’essere insoddisfatti fa parte di noi); quello che non condivido è il desiderio di colmare questa insoddisfazione dipingendo qualcosa che non siamo o che non esiste, tralasciando le ombre e l’imperfezione.

C’è però ultimamente una controtendenza che è quella di mostrare esattamente il contrario e cioè l’imperfezione a tutti i costi che però spesso diventa lamento, pesantezza, bruttezza. Io credo che l’unica strada per riscoprire (e quindi raccontare) il valore di quello che siamo è riprendere il contatto con la realtà e ricercare in quella realtà tutto il buono che c’è e che possiamo trasmettere.

Non si tratta di semplicemente di ripetere quanto siamo unici, si tratta di scoprirlo per davvero e quindi desiderare di condividere con gli altri la bellezza che è possibile scovare ovunque.

#SpontaneamenteCurato, l’hashtag che hai lanciato a marzo, è un invito a condividere momenti della nostra quotidianità, pensieri personali, episodi e ricordi della nostra vita vera con amore e avendo cura dei dettagli.
Da cosa credi sia dipeso il successo di questo tuo progetto?

Oddio dici che ha avuto successo? Non saprei, ma come dicevo sopra il tutto è nato dal desiderio di abbracciare la mia quotidianità come dono. La bellezza non è astratta, la bellezza è concreta e soprattutto ha a che fare con il nostro modo di guardare le cose.

Non si tratta quindi di cambiare la realtà, ma di scoprirne la bellezza nelle pieghe, nelle ombre e nella luce piena, nei silenzi e nel rumore, nei litigi e nel desiderio di riabbracciarsi e di ritrovare una pace dopo le grandi lotte. La vita stessa può essere spontaneamente curata, quello che desideravo era offrire la possibilità a me e agli altri di raccontarlo.

Negli ultimi tempi su Instagram c’è una vera e propria corsa per avere più follower, un vero e proprio accanimento che si manifesta sotto forma di fake follower o vendita di commenti sotto le foto. Da cosa dipendono secondo te questi fenomeni? Credi che possano dipendere da una mancanza di contenuti interessanti oppure dal miraggio dell’effetto “+ follower = + sponsor” come proposto dai vari influencer da rotocalco?

Penso che dipenda da molte cose: un crescente egocentrismo – che Instagram ha certamente favorito -, una profonda sterilità creativa, una crescente incapacità di fare fatica e un rifiuto della pazienza.

Certo, da parte loro le agenzie e i brand non hanno aiutato perché per molto tempo hanno valutato il lavoro di molti Instagrammer solo alla luce dei numeri e non della creatività o della capacità di creare un intorno di valore, ma io credo che il vero problema oggi riguardi tutti, anche chi non usa Instagram per lavoro; c’è un desiderio di esibizione a dimostrazione che si è perso di vista la ragione per cui sono nati i Social Network e cioè la possibilità di condividere e conversare.

Entrambe queste parole hanno la particella “con” e prevedono la possibilità di uno scambio; la maggior parte dei contenuti che postiamo sui Social (Instagram in particolare) hanno molto spesso come unico obiettivo l’autocelebrazione.

Credo che in questo la presenza di chi lavora diversamente sia davvero un atto di responsabilità, nel nostro piccolo possiamo davvero fare la differenza.

 

Ph. credits Infraordinario

2018-11-16T19:53:37+00:0016 Novembre 2018|Tags: , , , |