aTuPerTu con Jago

Intervista a Jago, il social artist sulle orme di Michelangelo

Oggi inauguro la mia rubrica aTuPerTu: un contenitore di interviste che prima ancora di essere tali, nascono come esperienze dalle quali mi lascio ispirare.

Da quando faccio questo lavoro sento il bisogno di conoscere sempre nuove storie, avvicinarmi a modi differenti di raccontarsi online, attraverso i social network e le nuove forme di comunicazione digitale.

Per questo primo appuntamento ho coinvolto un artista che da tempo rapisce la mia curiosità e ricarica la mia creatività: Jacopo Cardillo, in arte Jago.

Con oltre 246 mila follower attivi sulla sua pagina Facebook e oltre 55 mila su Instagram, Jago, 31enne ciociaro, condivide la propria arte sui social rendendo la scultura virale.

Ecco la piacevole chiaccherata che abbiamo avuto.

Sei uno scultore, tu trasformi il marmo e la pietra in figure estremamente realistiche, al punto da esserti meritato l’appellativo di Nuovo Michelangelo, uno dei protagonisti assoluti del Rinascimento Italiano.
La scultura se vogliamo è un’arte che si potrebbe considerare molto legata al passato e alla tradizione, qual è stato il motivo che ti ha spinto a utilizzare i social, strumenti che hanno a che fare invece con la modernità e l’innovazione per raccontarla?

Noi abbiamo una percezione del tempo molto vincolata dal momento in cui viviamo. La scultura continua ad esistere, è sempre esistita e spero esisterà, così come la tradizione. Prima “tradizione voleva dire “innovazione“. Basta pensare che un Papa poteva decidere di buttare giù una Basilica paleocristiana per costruire la nuova San Pietro.

Con la scusa della tradizione oggi invece viviamo di conservazione. Non abbiamo più spazio per dire qualcosa di nuovo e inzeppiamo i musei di opere che devono essere freezate là dentro. L’arte non è più per tutti ma è diventata per pochi.

Io sono collegato ad una modalità del fare, un gesto che ha poca attinenza con questo tempo che stiamo vivendo e trovavo interessante la possibilità di poter fare accedere le persone ad una dimensione del fare arte che purtroppo si va perdendo.

Oggi l’artista non suda, fa lo pseudo intellettuale e vende opere che non fa realmente lui ma le commissiona. A me tutto questo disgusta e trovo interessante poter comunicare direttamente senza dover scendere a compromessi con nessuno. Il bello dei social è che sono sono contenitori in cui trovi dentro tutto il contrario di tutto. Io ho la possibilità di metterci le mie cose e lasciare che la collettività le valuti. I social sono un ottimo mezzo per poter arrivare da qualche parte: rompono le barriere, scavalcano i muri, aprono porte. Le stesse porte che prima ti apriva qualcuno se entravi nelle sue grazie.  Io non voglio essere l’invenzione di nessuno ed in questo i social sono molto democratici perché mi permettono di poter parlare per me.

Quello che mi colpisce in assoluto del tuo modo di raccontarti sui social, in particolar modo adesso con il making of del “Figlio Velato” è proprio la scelta di mostrare la genesi delle tue opere. Perché lo fai, cosa vuoi trasmettere a chi ti guarda? E qual è secondo te il valore aggiunto che offri?

Io ho sempre desiderato di poter vedere all’opera un grande maestro della tradizione, uno di quelli che mi ha fatto venire voglia di scolpire. Ovviamente questa cosa può realizzarsi solo nella mia immaginazione.
Ora io non sono un maestro, né un grande ma credo profondamente nel potenziale della condivisione che grazie ai video e ai nuovi mezzi di comunicazione permette di accedere al dietro le quinte della creazione. Trovo che tutto questo sia prezioso perché offre la possibilità all’osservatore di calarsi in una dimensione del tutto diversa, quella della partecipazione alla gestazione.

Un conto è vedere una cosa per caso: cammini per Roma e nemmeno te ne accorgi delle sue bellezze.
Altro è invece sapere che cosa significa produrre quella determinata opera. Ci permette di apprezzarla molto di più. Io credo che i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi a disposizione ci diano una grande possibilità di dare ancora più valore al nostro gesto, senza dover per forza dare spiegazioni. Possiamo mostrarlo, abbiamo la tecnologia per farlo e viviamo il nostro tempo.

 

Il Figlio Velato

 

Una volta hai dichiarato che si sono accorti di te dopo la Biennale, partendo da una città di provincia come Anagni e nello stesso contesto hai sottolineato che nel mezzo c’è stato uno spiccato lavoro quotidiano. Io in quanto freelance ero curiosa di sapere in quel lasso di tempo che ti ha diviso tra Anagni e la Biennale dove hai trovato le energie e la motivazione per perseverare nella tua passione? E anche, molto brutalmente, come hai sovvenzionato la tua passione in quel periodo? Questo te lo chiedo perché può essere molto interessante saperlo per chi come me cerca di fare della propria passione un lavoro.

Il problema della sovvenzione è un problema quotidiano! Di sicuro 11 anni fa avevo le idee più confuse. Sono successe tante cose da allora ma la chiave di svolta è il fatto di perseverare e credere in se stessi.

La mia fortuna è stata quella di aver avuto una famiglia che ha saputo riconoscere le mie predisposizioni e mi ha lasciato fare, anche in momenti difficili. I miei genitori hanno creduto talmente tanto in me da avermi lasciato libero. E la libertà è quella cosa che se ne capisci il valore e il senso, la puoi mettere davvero a frutto. Quindi mi sono sempre dato da fare.

Vengo da un piccolo paese come Anagni e in qualche modo volevo dimostrare che non è necessario vivere per forza in luoghi che ti danno tutto a livello di immagine e di immaginario, perché puoi essere tu il contenitore di tutto quel bello che traduci in forma.

Io ho abbandonato l’Accademia perché un docente mi disse che non ero pronto per cogliere una bella opportunità che mi era capitata. Una cosa drammatica per un ragazzo! Ti vedi davanti l’opportunità dell’esperienza e speri che dall’altra parte possa esserci quantomeno comprensione.
Invece ci fu una chiusura totale che altro non era che un modo per esprimere una frustrazione personale: quella di un docente che non era riuscito a realizzarsi come artista e che si era trovato costretto a dover ripiegare sull’insegnamento. Oggi in realtà ringrazio questa persona dentro di me, perché è l’immagine di quello che io non voglio essere.

L’unico modo per imparare è fare. Se tu che puoi scegliere. Sei tu che devi decidere. Sei tu a dover trovare la forza dentro di te per cogliere ogni occasione che la vita ti offre.

 

Dal web si evince che usi praticamente tutti i social. Qual è quello che ti sta più a cuore? È anche lo stesso che ti da più risultati? Perché credi sia importante utilizzare come mezzo di comunicazione per la tua arte canali così contemporanei come Youtube, Instagram o Facebook? 

Per me i social sono un mezzo. Se vedo che un mezzo funziona lo utilizzo, altrimenti no perché ha comunque uno scopo. Dedichiamo tutti del tempo alla nostra comunicazione sui social.

Io non sono un frequentatore dei social se non per quel che riguarda le cose che io stesso produco.
Fatico molto ad essere fruitore di contenuti di terzi perché gestisco i social attraverso il Gestore delle Pagine e vedo solo quello che accade sulla mia pagina.

Non bisogna mai dimenticare che alla fine siamo sui social per offrire un servizio a delle persone in carne e ossa, benché si manifestino attraverso un like, una condivisione, un commento positivo o negativo che sia.

Anche io offro un servizio e cerco di utilizzare i social nel modo più intelligente possibile perché è il mio strumento di comunicazione. Se negli anni ‘60 un imprenditore intelligente era quello che utilizzava la televisione perché aveva capito che era un modo per entrare nella casa delle persone, oggi i social sono un modo per entrare nelle tasche delle persone, non per prendere qualcosa ma per lasciare contenuti.

Apro una piccola parentesi: La mia campagna di crowdfunding per Il Figlio Velato nasce come tentativo di aprire nuovi scenari di condivisione artistica. Purtroppo molto probabilmente non andrà in porto perché in molti ma troppo pochi rispetto a quelli che avrebbero potuto, hanno creduto nel mio progetto.

Tornando ai social, io utilizzo solo ciò che funziona per me. È inutile intestardirsi e soprattutto bisogna capire come muoversi in un mondo che appare virtuale ma che in realtà è fatto di persone. Io dedico l’attenzione a quei social che restituiscono la possibilità di fare un lavoro serio, anche con dei risultati.

Ci sono le persone che mi chiedono ma perché “Ti sponsorizzi?!”. Io credo sia una cosa molto intelligente che denota la capacità di essere imprenditori di se stessi. Io non uso Facebook per vendere qualcosa, non ho un mio shop e non so se ce l’avrò mai. In questo momento posso dire che Instagram secondo me è il contenitore che meglio spiega quelle che sono le dinamiche comportamentali delle nuove generazioni e anche come la comunicazione stessa e il desiderio di ricevere dei contenuti possa essere meglio strutturato.

 

Facelock, 2016. Marmo statuario, ferro, legno.

 

Condividendo la tua arte sui social ci sono altri valori che vuoi trasmettere oltre alla bellezza?

Il problema dei valori è che dipende dal fatto: Io ho dei valori? Uno che dice “voglio trasmettere dei valori” è come dire “io sono certo di possederne”e questa è una cosa molto autocelebrativa, che non mi sento di poter dire.

Se ho dei valori, quelli che debbono riuscire a passare indipendentemente dal mio voler metterli in evidenza, sempre ammesso che io ne abbia. Sono molto poco preoccupato di questo.

La mia preoccupazione è quella di riuscire a fare quello che voglio fare nella misura e dimensione che meglio mi rappresenta. Se vivo bene, sono felice e riesco ad essere una buona persona, sicuramente sarò in grado di trasferire agli altri dei contenuti buoni, di qualità.

Passeranno anche altre parti di me perché chiaramente più ti esponi e più sei soggetto a critiche, parti disdicevoli o comunque non in linea con l’immagine che uno vuole dare ma per mia fortuna me ne frego perché tanto so che dopodomani io cambio, sarò un’altra cosa.

Come mai hai deciso di fare un’opera collettiva come Il Figlio Velato, che ti permettesse di donare la tua arte ad un museo e non di venderla? Che differenza c’è per te tra la vendita e la donazione di un’opera?

Bisogna mettere insieme diverse cose. In primis il fatto che un artista deve campare, quindi in qualche modo deve guadagnare dei soldi perché servono a tutti per vivere. Questo è un dato di fatto. Quindi o sei in grado di vendere le tue opere, o hai una galleria che te le vende o sei solo ricco di famiglia.

Il Figlio Velato è un’opera è collettiva perché offro la possibilità di seguire tutti i giorni in diretta streaming sulla mia pagina Facebook il suo work in progress.

Ma le mie opere sono in realtà un po’ tutte collettive perché nel momento in cui mi lascio condizionare da una presenza esterna, il mio lavoro si modifica nella consapevolezza che c’è qualcuno che mi guarda.
Se non ci fosse nessuno il mio lavoro sarebbe diverso.

Nel caso del Figlio Velato è doppiamente collettiva perché dò la possibilità alle persone che mi seguono sui social di poter dare un contributo economico che purtroppo da molti è stato frainteso.
Voglio precisare che non è un qualcosa che io poi mi metto in tasca, è un contributo che serve per realizzare i premi per tutti coloro che partecipano.

Le persone di default acquistano uno spazio per poter incidere il loro nome sul basamento dell’opera per sempre. Volevo dare la possibilità anche a un ragazzino di sentirsi partecipe di un’opera d’arte.

La campagna sta per finire e se non raggiungerò il mio obiettivo, questo denaro – che ci tengo a precisare, non si trova sul mio conto! – verrà restituito a tutti i donatori. È chiaro che poi io non potrò fare tutto ciò che avrei voluto ma in ogni caso donerò l’opera per restituirla alla collettività. Appartiene a tutti e tutti potranno vederla. Quello di cui io mi vorrei liberare è la cosa di dover fare delle opere piccole, trasportabili perché le devo vendere. Io ho la mia dimensione del fare e voglio lottare perché non c’è più il Papa che ti commissiona una grande opera monumentale e puoi confrontarti con le grandi dimensioni.

Tu se oggi vuoi fare quella stessa cosa, a quel livello, ti devi inventare un sistema, il tuo. Io sto cercando il mio sistema per fare quello che dico io. Io sto al mondo, ho un tempo limitato a disposizione e voglio sentirmi felice e libero di poter fare quello che amo.

Questo ci riguarda tutti. La differenza è che c’è chi si rimbocca le maniche giorno dopo giorno e sta lì a dire “Lo faccio” e chi invece dice “Non ho tempo”. Servono l’abnegazione, la capacità di riuscire a rinunciare a molte cose e il sacrificio. Io vivo a New York ma non a Manhattan. Uno vede una storia su Instagram e pensa che io mi diverta, in realtà io mi sveglio alle 6:00 di mattina, faccio su e giù in bicicletta e passo le mie giornate dalla mattina alla sera chiuso in un capannone a sudare e faticare come un porco.

Vivo in un motel e lotto per andare avanti in nome di quello che amo fare.
Io sono felice perché faccio quello che voglio, al livello che dico io. E questa è una cosa bella perché ha a che fare con la nostra libertà, che è l’unica vera cosa per la quale dobbiamo lottare.

Se questa campagna su Eppela non dovesse andare a buon fine, pensi che ci riproverai?

Non lo so, al momento non ho una risposta. Però è stato importante. I ragazzi di Eppela sono stati fantastici. Loro hanno proprio una fede laica nel bello e li ringrazio perché hanno creduto nel mio progetto.
Se non dovessi raggiungere il mio obiettivo, per me sarà comunque un fallimento bello, un grande risultato perché mi ha fatto capire che di 250 mila follower che vedono quello che faccio ogni giorno, ne sarebbero bastati solo 10mila. Io so chi ha creduto in me e voglio essergli in qualche modo riconoscente, quindi da qualche parte quel nome lo dovrò scrivere!

 

Dettagli anatomici

Mi colpisce tantissimo nelle tue opere antropomorfiche la capacità che hai di rappresentare la pelle, l’epidermide di una persona. È una cosa che alla sola vista mi fa venire la pelle d’oca. Come fai a rappresentarla in modo così autentico? È questione di tecnica o c’è altro che ti trasporta nel cercare di rappresentare una cosa così vera come la nostra pelle?

Le cose che faccio io oggi le potevano fare in passato. Io uso degli strumenti perché sono solo. Un tempo se facevi lo scultore avevi la tua equipe di artigiani, fabbri, intere squadre di persone che lavoravano con te o per te. C’era chi sgrossava, chi rifiniva.

Tu pensi che il Bernini abbia scolpito lui le foglie dell’Apollo e Dafne? No, le ha scolpite un’altra persona. Lui sapeva farlo e poteva farlo ma non l’ha fatto. Io sono solo e quindi ben vengano certi strumenti perché da solo, dalla A alla Z faccio un’opera.

Anche in passato si cercava di scolpire la pelle in un certo modo, si facevano molti tentativi ma non erano mai stati fatti in una maniera così profonda e dettagliata perché il desiderio e il piacere estetico del tempo era un altro. Ci si rifaceva a dei canoni più classici e quindi la lucidatura, il bello di riuscire a tirar fuori il candore dal marmo doveva comunque esistere. Io ho coniugato passioni diverse e ho cercato di traslare determinati linguaggi che avevo cari in un materiale che mi appartiene.
Ho trovato la mia dimensione del fare, che voglio approfondire e portare avanti. Sento che è il mio linguaggio.

 

Cos’è per Jago la felicità?

La felicità è tutto e niente. Io posso dirti cosa mi rende felice ma magari per te non è così. A me per esempio rende felice stare dentro un capannone dalla mattina alla sera a scolpire. Alla mia compagna questo potrebbe far inorridire. Ognuno ha la propria idea di felicità.

Credo che la felicità sia qualcosa che mi interessa, cioè sentirmi soddisfatto di fare qualcosa che veramente mi serve, che serve per la mia realizzazione che non è tanto esteriore quanto interiore.

Io cerco di vivere e stare nelle cose, di sentirmi soddisfatto e felice ma poi non posso spiegare il perché.
La felicità secondo me semplicemente accade, come quando giri l’angolo e ti trovi davanti un bel panorama. In quell’attimo sei felice, poi magari ricadi nei tuoi pensieri e nella quotidianità.

Quando abituato a godere del bel tempo impari a godere anche del brutto tempo, allora lì sei a un bel livello.

 

Ho un’ultima richiesta. Che messaggio vuoi lasciare a noi freelance, a quelle persone che come me cercano di plasmare la loro realtà, anche se in modo diverso da te ma pur sempre con le proprie mani?

Non coprite le mani! Rimboccatevi le maniche e comprate delle camicie che vi permettano di usarle e poi fregatevene delle critiche altrui. Quelle fanno parte del percorso. L’importante è occuparsi di se stessi, avere amor proprio.

Immaginate una madre che deve mettere al mondo il proprio figlio e lo porta in grembo.
Quanta dedizione e attenzione deve avere nei confronti di quel feto affinché possa venire al mondo nel miglior modo possibile? Io direi un’attenzione totale. E quell’attenzione totale che corrisponde alla messa al mondo, alla restituzione di un capolavoro assoluto che è un bambino in realtà è amor proprio.

Non puoi fare il bene degli altri se prima non fai il tuo, quindi se vuoi ambire ad andare in alto, se vuoi realizzarti, se vuoi importi devi sempre avere amor proprio, e basta.

Un grazie speciale a Jago.
E a te mio lettore, se sei arrivato fin qui.
Spero che queste parole possano pervaderti e illuminarti come hanno fatto con me.

2018-08-04T15:01:32+00:003 agosto 2018|Tags: , , , , , |